Storia del tatuaggio a Bologna

Essendo nato come tatuatore a Bologna all’inizio degli anni ’80, quando ancora gli episodi salienti erano pochi e pochi i personaggi che si dedicavano al tatuaggio, cercherò di ricostruire dal mio punto di vista, la storia che ho visto e capito, con la massima obiettività.

Ogni contributo o correzione è prezioso e ben accetto.


Premesse

marchiopallavolo 3 med hrPrima che le onde elettromagnetiche della macchinetta per tatuare, interferiscano e interrompano per sempre l’elettricità che debolmente regge le sinapsi dei miei ricordi..

E’ ancora possibile ricostruire la storia di questa attività: ho conosciuto i protagonisti principali, molti sono ancora vivi e sarei felicissimo se contribuissero a ricostruire la storia nel modo più limpido e obiettivo.

Mi sembra un occasione perduta se oggi non si facesse questo lavoro. Ho un grande amore per la storia e per la letteratura che questo mestiere ha prodotto.

Questo argomento richiama anche l’attenzione su tanti rocamboleschi personaggi che sotto le torri hanno fatto la storia, una storia di aneddoti tra pelli colorate e banconi dei pub. Vorrei infatti i contributi non solo dei tatuatori, ma anche di coloro che hanno amato il tatuaggio e che lo hanno cavalcato e che, nei nostri studi, ha sentito, vissuto e tramandato gli aneddoti più strani. Su quelle pelli c’è una storia di Bologna, quella che io spero di essere capace di interpretare insieme a tutti voi.

Il tatuaggio collide con la storia del rock, del punk, dei biker, dei centri sociali, delle tifoserie e di tanti altri movimenti. Tiene insieme un folclore alternativo e ribadisce, se per caso ce ne fosse bisogno, la vitalità culturale, l’ostinato antagonismo di una città esuberante e creativa che ho visto negli anni spegnersi e piegarsi.

Spesso, probabilmente, rischierò di uscire fuori tema, dalla storia vera e propria di Bologna.. ma il lettore mi perdonerà se, in questa fase di raccolta di ricordi, mi lascerò prendere la mano parlando troppo di me o raccontando cose che, apparentemente, sono senza senso in questo argomento. Sarà il lavoro successivo, quando l’opera avrà una organicità propria, quello di tagliare gli eccessi e rimontare giustamente e cronologicamente gli eventi. E’ anche vero che questo scritto rappresenta e vuole rappresentare il mio punto di vista seppur arricchito, sempre distinguendo bene la paternità delle fonti, dalle testimonianze dei numerosi protagonisti.

Mi faccio carico di raccogliere e ordinare tutto il materiale che mi arriva, cercherò sempre di confrontarmi con i diretti interessati nel possibile del mio tempo e delle mie forze. C’è molto lavoro da fare e ringrazio anticipatamente tutti coloro che vorranno supportarmi in questo arduo compito. Nulla sarà pubblicato senza prima essere precedentemente scritto su questo blog come mio personale punto di vista, quindi con possibilità legittima di errore. Non vorrei mai mistificare la storia o fare torti a qualcuno, tanto meno commettere delle rilevanti omissioni. Non vorrei raccontare episodi spiacevoli senza dar voce a chi li ha effettivamente prodotti: il tatuaggio prevede anche un carattere a volte violento e prepotente e se fosse necessario raccontare anche questi episodi, per completezza di cronaca, sarà fatto con diplomazia e nel rispetto di tutti.

Il compito che mi accingo a sostenere è di grande responsabilità, anche solo l’intento penso sia nobile e vale certamente la pena di tentare.. rischia comunque di rivangare antiche inimicizie che spero il tempo abbia stemperato.


Presentazione

shapeimage 1 4 med hrBreve e succinta, ad uso esclusivo dell’opera storiografica

Ho quarantacinque anni, da quando ne avevo dodici ho pensato al tatuaggio come fosse una certezza che mi avrebbe fatto vivere più serenamente.

Il corpo umano è ricoperto da una superficie liscia e omogenea sulla quale si può disegnare indelebilmente!

Già prima di quell’età ricordo la sofferenza per i tanti pennarelli uccisi dall’insana passione di disegnare sulla pelle dei miei coetanei, ricordo invece la felicità di scoprire che, se sgrassavo preventivamente la pelle con l'alcol, penne e pennarelli avrebbero durato di più.. ricordo la soddisfazione per le linee ben armonizzate con le curve del corpo, i disegni che sulla carta erano insulsi, sulla pelle vivevano e avevano un altro valore. Se i miei compagni giocavano al dottore per scoprire i corpi altrui, io raggiungevo lo stesso scopo disegnando sul corpo altrui.

A metà degli anni settanta una gran quantità di nordici, prevalentemente tedeschi ma anche qualche inglese, esibiva sulle nostre spiagge i primi tatuaggi che io potevo vedere; inutile dire che ero completamente affascinato, linee grosse, sfumature e colori decisi.. era più che sufficiente! Ricordo ancora i personaggi che cercavo di avvicinare con tutti i mezzi.

A tredici anni mi sono tatuato una stellina sulla mano sinistra (sarà il pretesto per conoscere a diciotto Marco Pisa), pochi forotti al giorno, con la china di cui si poteva disporre a scuola, lo stesso feci anche sul mio compagno di banco che non frequento più ma che considero comunque il mio fratello di sangue.

Ci sono tante testimonianze dell’attività di questi anni, molti si riconoscono, e sarei felice se spuntasse una voce di qualcuno per raccontare l’esperienza vissuta con la tecnica amanuense.

Da qui agli anni del militare il mio corredo per tatuare, pur perfezionandosi sempre, era estremamente semplice ed efficace. Ricordo l’astuccio rigido di velluto rosso, un manico di legno con un piccolo mandrino a vite di ottone sul quale veniva montato di volta in volta un ago di siringa staccato dal suo innesto di plastica.. (ancora non erano così frequenti gli aghi e le siringhe monouso, non era ancora stata ‘inventato’ l’AIDS e non si parlava certo di malattie trasmissibili col sangue), le due bottigliette di china Rotring per il Rapidograph, una rossa e una nera, un pennarello indelebile.

Così sono finiti gli anni settanta, ogni estate i tatuaggi da fare aumentavano, non ci si faceva certo pagare, ancora la maggior parte me li ricordo, ricordo la mia tecnica lenta ma precisissima..

L’astuccio rosso resistette bene per tanti anni, era di metallo ricoperto dal velluto rosso con chiusura a scatto e lo portavo a scuola. Negli anni delle scuole superiori era in uso lo scherzo di tagliare, col taglierino affilatissimo, le borse di nylon dentro cui si portavano abitualmente i libri. L’astuccio rosso rimase col velluto tagliato ma svolgeva comunque bene la sua funzione contenitiva.

In questi stessi anni, per vicissitudini personali, passai svariati mesi a Parigi, non ero ancora maggiorenne e quell’esperienza di libertà in una delle più belle e culturalmente attive metropoli europee, mi segnò profondamente. Maturava l’esterofilia e il fascino per ogni forma espressiva artistica.. ricordo il tempo passato nella piazza antistante al Beaubourg, vera e propria officina di spettacoli all’aperto.. interi pomeriggi di ozio e stupore.. Il Centre Pompidou per un bolognese adolescente tra l’80 e l’81 era stravolgente.

Erano anni in cui leggevo con gran passione Alan Ford, conoscevo e leggevo anche Satanik o Kriminal, ma Alan Ford mi aveva stregato e Magnus era il disegnatore di riferimento, il migliore. Ricordo le attese settimanali per l’uscita in edicola del numero successivo..

Era la storia di un gruppo di investigatori privati (sgangherato ma efficacissimo), che aveva eletto come sede un negozio di ‘piante e fiori’. Il capo era il vecchissimo ‘Numero Uno’ ma tutta l’azione ruotava attorno ad ‘Alan Ford’.. Occorrerebbe conoscere bene il gruppo ‘TNT’ per capire la bolognesità e il clima politico nel quale Magnus aveva maturato i suoi personaggi, lasciando ben poco alla fantasia e descrivendo perfettamente il sangue e la strada. Non vorrei dilungarmi troppo ma introdurre il passaggio successivo.


Roberto Raviola in arte Magnus

magnus 180Tutto si può dire di Magnus e delle sue doti artistiche tranne che fu un tatuatore.

Eppure la storia del tatuaggio a Bologna non può ignorare quello che fu il suo prezioso contributo.

Avevo amato Magnus, come ho già detto, con Gesebel, Kriminal, Satanik e soprattutto con Alan Ford ma non avevo mai avuto l’occasione di conoscerlo.. Ho un vago ricordo ad una mostra mercato del fumetto in palazzo Re Enzo dove ad uno stand avevo potuto vederlo, circondato da una calca di ragazzi mentre firmava e regalava piccoli bozzetti.. era la seconda metà degli anni settanta.

Ricordo nel ’94 un amico di Marco Leoni, tal Franco Gatti, socio nell’organizzazione della seconda tattoo convention bolognese, esibire un grande veliero sul petto tatuato da Magnus! Meraviglioso ed indimenticabile. Provai vera invidia!

Per dovere di cronaca starò ai racconti di Marco Leoni, di cui ovviamente parlerò moltissimo in seguito e che per fortuna ha avuto la pazienza di sopportare la mia insistente pressione durante la stesura di queste mie memorie.

Siamo ancora in una parte introduttiva, siamo a metà degli anni settanta.

magnus logo med hrMagnus, Ciccio Panzacchi e Marco Leoni condividono la passione per il disegno, il fumetto ed il tatuaggio. Marco Leoni mi racconta della sua frequentazione e quella di Magnus nella casa di Ciccio in via Laura Bassi dove già compariva sporadicamente Franco Gatti: quello fu il primo laboratorio di tatuaggi a Bologna! Forse ve ne erano altri, ma quello fece germogliare i primi significativi presupposti per innescare nel fervido e curioso humus bolognese la reazione a catena del tatuaggio. Sono giovanissimi, non coetanei, probabilmente in cerca dell’attrezzatura per tatuare. La fantasia è vivace nell’epoca psichedelica delle rivoluzioni tra il sessantotto e il settantasette: i figli dei fiori, l’amore libero, la beat generation, i movimenti operai e studenteschi, le droghe più o meno chimiche che entravano a pieno titolo come strumento fondamentale per affermare la propria autonomia e la propria dimensione esistenziale. Una ricerca urgente, tra l’India e il Brasile. Io sono di una generazione più giovane ma attraverso il mio fratello maggiore vivevo quelle pulsioni e capivo che quelle rivoluzioni avrebbero determinato le future tematiche socioculturali per tantissimo tempo. Di Marco Leoni conosco la vivacità intellettuale direttamente, di Ciccio so pochissimo, Magnus è da considerarsi un grande intellettuale, non a caso è affascinato da una lettura che ispirerà una sua fortunatissima serie di fumetti ,”I Briganti”, del 1973 (ristampato nel 2013 da Rizzoli), che testimonia la sua cultura ed attenzione per l’antico oriente. Innumerevoli sono le citazioni grafiche nei suoi fumetti di una profonda conoscenza ed una forte sensibilità per il mondo orientale.
Magnus tattooexpo+

magnus tattooexpo med hr“I Briganti” edito da Einaudi nel ’56 è un libro raro, sulla Cina del XV° secolo, illuminante, che ancora oggi consiglio a tutti coloro che si avvicinano all’arte del tatuaggio.
Magnus genio bv

È del 1980 circa, nell’occasione dell’apertura dello studio di tatuaggi a San Paolo di Marco Leoni che Magnus disegna quello splendido biglietto da visita che diventerà un cult copiatissimo e reinterpretato seppur maccheronicamente decine di volte.

Magnus scompare prematuramente nel 1996, ancora in questi ultimi anni ci sono le testimonianze della sua vicinanza al tatuaggio ed a Marco Leoni.. Il logo per lo studio bolognese di Marco, il “Body Markings” del 1993 e la locandina della prima (con lo stesso logo) e della seconda tattoo convention bolognese del 1994.

magnus genio bv med hrPoco dopo la scomparsa di Magnus ebbi l’onore di tatuare entrambi i suoi figli, Francesca e Riccardo il quale non era ancora maggiorenne. Per me fu una consacrazione al tatuaggio ed un atto fortemente simbolico perché tatuavo su di loro la firma del loro papà che io stimavo come un Dio. Riccardo virtuoso disegnatore e writer si avvicinerà al mondo del tatuaggio e oggi è uno stimato professionista.

Ecco perché ritengo Magnus molto responsabile di questa storia ed a lui voglio dedicare questa parte introduttiva: a lui lascio questo onore-onere di aprire le danze al TATUAGGIO A BOLOGNA.


L’incontro con Marco Pisa

Era l’82, credo ottobre o novembre, non ricordo nemmeno come appresi la notizia della possibilità di tatuarsi a Bologna.. ovvero di un professionista del tatuaggio in città da poter incontrare.. Ricordo solo di aver visto nella hall della stazione una ragazza con un tatuaggio sfumato e colorato, meraviglioso, una rosa rossa sul petto, appena fatta e di riuscire a fare una chiacchiera con lei.. eppure non ricordo se fu lei a dirmi qualcosa o se questo è avvenuto dopo... sembra senza senso raccontare di questo flash nella mia memoria, ma vorrei sottolineare la difficoltà in quegli anni a reperire notizie e la necessità di tenere sempre gli occhi bene aperti..

Dunque il luogo era via de’ Buttieri in un negozio su strada di restauro mobili.. presi coraggio ed entrai. Il primo ragazzo (probabilmente Gianluca di cui parlerò distintamente in seguito) al quale chiesi se ero nel posto giusto essendo interessato ad un tatuaggio, mi indirizzò nel retrobottega e fu qui, per la prima volta che incontrai Marco Pisa: capelli lunghi e biondi, basette spropositate da rock star.. non ricordo quale particolare comunque mi fece capire la sua appartenenza al mondo biker, probabilmente c’era una moto parcheggiata dentro al negozio, o forse qualche pezzo di motore cromato appeso.. Marco aveva un camice da lavoro più consono ad un restauratore di mobili, ma devo ammettere che la mia memoria si fa confusa.

Ho precedentemente parlato del gruppo TNT e del negozio di fiori per descrivere l’analogia con quel luogo.. Un covo cupo e caldo, dove si sentiva una grande energia, dove una attività ne nascondeva un’altra: il tatuaggio aveva ancora un’aura misteriosa e magica.. Marco parlava con convinzione di cose che conosceva bene, con frasi lapidarie, ricordo la sua gesticolazione e i suoi occhi vivaci e sgranati.. aveva già un’età di persona formata e professionale e io ero poco più che un ragazzino che troppo presto esauriva i suoi argomenti senza aver soddisfatto la sua curiosità.

Il pretesto era la mia stellina sulla mano che a me sembrava storta e che avrei voluto sistemare (non so con quali soldi), ricordo un paio di frasi: sulla stellina disse che poteva pure provarci ad aggiustarla ma che una gamba veniva sempre fuori asse e quindi di non pretendere troppo.. aspettava delle “bocce di colore dall’America”, quindi se avessi voluto mettere dei colori avrei dovuto aspettare.

Ricordo anche che, in qualche modo, comunicai la mia passione per questa professione ma questo argomento fece cambiare radicalmente la sua disponibilità e chiuse il discorso e mi salutò, tranciando ogni possibilità di continuare il colloquio.

Questo primo contatto scatenò la mia fantasia, quando dovevo parlare a qualcuno di questa mia esperienza non smettevo mai di arricchire con delle invenzioni quello che avevo effettivamente visto.. perchè pensavo comunque di descrivere la mia idea di professione di tatuatore, anche se in realtà avevo visto ben poco.. ma la mia immaginazione galoppava e questo rappresentò per me un chiaro segnale dell’importanza che davo a questo avveniristico mestiere e che desideravo sopra ogni altra cosa vestire quella professione.

Non è questo il momento di parlare di Marco Pisa, a lui vorrei dedicare una intera pagina, qui è opportuno depurare la storia dalla mia fantasia: i ricordi sono scarni, il mestiere del tatuatore in Italia era ancora da inventare.

Sicuramente quel luogo fu l’embrione di questo mestiere a Bologna. Marco Pisa restaurava mobili insieme a Gianluca Bernacchia e Luca de Siena.. pochi anni dopo, nell’84, Marco avrebbe aperto il primo tattoo studio e a seguire, rispettivamente, Luca Bernacchia nell’88 e Luca de Siena (insieme al ritornato dal Brasile Marco Leoni) nel ’93.

Di Marco sapevo la sua frequentazione con Hanky Panky ad Amsterdam, sicuramente aveva visto come affrontare i clienti, come mostrare i disegni, come far stare tutti al proprio posto con la rudezza che in quegli anni caratterizzava il mondo biker.. Amsterdam era un cuore pulsante di trasgressione e divertimento, un paese dei balocchi che più di ogni altro avrebbe potuto trasformare tutti in somarelli da circo e pelle colorata da tamburo. L’intuizione geniale di Marco era quella di credere che a Bologna ci potesse essere il dna giusto per trapiantare la stessa cellula impazzita, sfidando ogni autorità istituzionale. Marco era talmente convinto di essere nel giusto che non si preoccupava delle leggi che non c’erano o della vigilanza sanitaria; teniamo in considerazione che l’anno della apertura del suo studio fu lo stesso anno dell’esplosione dell’AIDS: una malattia nuova, mortale, che aveva preso nell’immaginario collettivo le sembianze della nuova peste, il cui contagio rapidissimo avrebbe sterminato intere generazioni..

Prima di parlare dell’84, anno fondamentale per il tatuaggio a Bologna, devo spendere due parole sulla maturazione forzata avvenuta nel mio anno di servizio militare, proprio tra l’ottobre dell’83 e l’ottobre dell’84.


Il servizio militare a Livorno

Ho fatto il servizio militare a Livorno, tra i paracadutisti del Tuscania..

In quel tempo anche i militari di leva partecipavano alle missioni di pace all’estero, nel mio caso c’era in ballo Beirut e sarei stato pronto a partire se fosse continuata la missione, invece mi toccò, come segno dell’esperienza vissuta, di tatuare, a tanti ragazzi di ritorno da Beirut, il gruppo sanguigno sul polso sinistro. Lo feci anche su di me, pur non essendo stato a Beirut.

Come già avevo detto, la mia tecnica era lenta ma precisissima, mi capita ancora di vederne qualcuno e nonostante gli anni passati, mi stupisco della leggibilità e perfezione.

Il passare a tematiche più fantasiose fu automatico e godevo in poco tempo di assoluta fiducia. E’ strano che nella mia mente, alcuni angoli di quella caserma si siano fissati in relazione a dove appoggiavo il mio astuccio rosso con le cose per tatuare: La soglia delle finestrone dello spaccio, il comodino della camerata all’interno 57 e il muretto del cortile delle esercitazioni tra la prima e la seconda compagnia.. piccoli riferimenti che, se letti dai miei commilitoni, in riferimento al tatuaggio che ancora si portano addosso, sono in grado di scuotere le emozioni.

Non c’è molto da aggiungere, se non il ricordo delle tematiche, cosa importante se si pensa che allora non c’era, nel mio bagaglio culturale, nessuna consapevolezza di quel linguaggio e se il tatuaggio è entrato così potentemente nei miei interessi è proprio in relazione al potenziale semantico totalmente innovativo per la mia generazione.

Teschi, paracaduti, l’alba con i gabbiani, scorpioni, pugnali, cuori, fulmini e già qualche fiore di ciliegio, scritte su pergamene e rondini.. mi sfugge sicuramente qualche soggetto che mi riserverò di aggiungere..

Tornato a Bologna dal servizio militare, il tatuaggio era entrato dentro di me; mi riagganciai ai miei doveri universitari, al mio periodo fiorentino di studi architettonici e altre attività, ma, da allora l’angolo per tatuare assunse sempre più un aspetto professionale e quel periodo è quello che io ritengo essere stato il momento in cui mi sono proposto ad un pubblico esterno, quindi l’inizio della mia attività di tatuatore.

Marco Pisa aveva già aperto il suo studio, io tatuavo ancora a mano, in casa con i miei tolleranti genitori e non avevo idea di cosa volesse dire una macchinetta per tatuare o il necessario per sterilizzare.. rispetto a lui ero mille anni luce indietro e lo sapevo, non mi facevo problemi ad indirizzare a lui chiunque mi chiedesse colori o sfumature..

Ma di questo periodo devo parlare lungamente perchè gli eventi si accavallano e tutto parte effettivamente da qui, non ho ancora finito di elencare le premesse e fatico a tenermi a freno.


L’Accademia di belle arti e la prima convention a Roma nei mercati traianei

pantheon med hrNell’85 mi sono iscritto all’Accademia di belle arti di Bologna e già stavo frequentando Architettura a Firenze. Uscivo con amici provenienti dal liceo artistico e conobbi Stefano Roda. Nella storia del tatuaggio a Bologna, Stefano rappresenta un tassello importante anche se oggi non viene quasi più ricordato.

Devo mettere prima una postilla per evitare di essere frainteso: in questo periodo non conoscevo la precedente opera di Ciccio Panzacchi, non conoscevo l’attività in Brasile di Marco Leoni, vero pioniere e precursore che già da qualche anno aveva aperto il suo studio a San Paolo, non conoscevo l’attività di tatuatore di Roberto Raviola in arte Magnus (già citato). Questa postilla vorrei toglierla quando, più avanti, dedicherò a questi personaggi il giusto spazio ed il giusto posto.

Stefano, in Accademia, era già una icona metallara, aveva i capelli e le unghie lunghe, vestiva di nero e borchie.

Mi fu presentato come bravissimo disegnatore, fumettaro (ed il fumetto in quegli anni dettava legge), amico di Andrea Pazienza che ancora si vedeva spesso in Accademia.

Schivo, di poche parole, sempre impegnato nel disegno e appassionato di tatuaggio che divenne subito il nostro territorio di scambio.

Prima di approfondire la mia frequentazione con Stefano Roda, che effettivamente divenne più assidua negli anni successivi e che culminò nell’estate dell’88, vorrei raccontare di un seppur vago ricordo romano della primavera dell’85 dove la mia presenza nella capitale, casuale quanto fondamentale, mi aprì un orizzonte nuovo...

In quel tempo andavo quasi tutti i giorni a Firenze e prendevo un treno che da Parigi arrivava a Roma passando da Bologna.

Deve essere stato così, casualmente che appresi di questo raduno internazionale di tatuatori, per il quale non mi feci nessun problema a continuare la mia corsa verso Roma..

Non ho più molti ricordi di quella strana convention, vidi per la prima volta una macchinetta per tatuare nelle mani della canadese Kandy Everett, ma vidi anche per la prima volta Horiyoshi 3° con la sua straordinaria tecnica amanuense, il suo corpo ricoperto mi stordì, vidi Don Ed Hardy e vidi altri che non potrei mai identificare.. erano delle bestie rare e il teatro archeologico che le ospitava faceva anche pensare ad uno zoo.. mi sentii lontano anche se in effetti c’era una accessibilità straordinaria.. il professionismo era altissimo o così mi parve, era evidente che quei soggetti avevano un’aura mistica ed erano depositari di un sapere sacerdotale.

Ricordo la luce di quel luogo.. il giorno che mi trovai là non era un giorno particolarmente affollato e se avessi osato un po’ di più avrei anche potuto azzardare qualche contatto in inglese.. non ho altri ricordi, spero sempre nell’ausilio di qualche contributo esterno.

A questa quinta pagina, ancora non ho avuto nessun riscontro di qualcuno che volesse partecipare al mio racconto.

Questo evento romano fu un evento importantissimo per il tatuaggio italiano e lasciò una testimonianza editoriale: “L’asino e la zebra”. Responsabile di tutto ciò fu Gippi Rondinella, tatuatore romano, ma questo lo seppi in seguito.

Tornando a Stefano Roda e all’Accademia di belle arti, vorrei raccontare di quegli scambi pertinenti al tatuaggio che ancora ricordo..

Come dicevo, Stefano era considerato un gran disegnatore, talentuoso, saturnino, spaventato addirittura dai demoni che la sua stessa matita aveva potuto produrre.. mi aveva impressionato quando mi disse che suo padre gli aveva costruito in qualche modo una macchinetta per tatuare, rotativa, non tanto per il fatto che si potesse costruire un attrezzo per tatuare ma perché era stato suo padre ad assecondare questa sua passione; in casa mia, il tatuaggio, per quanto tollerato, era sempre oggetto di disappunto. Con Stefano parlavamo dei colori, di quali chine colorate poter disporre: la rossa e la nera della rotring funzionavano ma non ve ne erano altre. Gli inchiostri da penna stilografica invece no e puntammo sugli acquerelli, ricordo quelli al miele della maimeri. Io porto ancora addosso le prove di quelle sostanze sotto la pelle.. quanta incoscienza!

Lui aveva le prove di quanto fosse bravo a disegnare, io solo presunzione per non sentirmi da meno.. lui aveva imparato a disegnare sulla carta, io sul corpo e su quel territorio mi sentivo imbattibile.. Non posso dire di essere mai stato amico di Stefano, i nostri rapporti erano casuali e sporadici ma per i corridoi dell’accademia non mancavamo mai l’occasione per confrontarci sulle nuove scoperte.

Durante l’estate dell’88 maturai il proposito di unirmi a Stefano e trovare un posto insieme per fare convergere le nostre conoscenze. Lo stimavo moltissimo e c’era una simpatia naturale. Bisogna anche considerare che il tatuaggio non era sulla bocca di tutti come adesso e trovare un mio coetaneo con questo interesse, di provenienza culturale artistica non era facile.. Io avevo una intensa vita sociale, tatuavo molto spesso e mi rendevo conto che gestivo male la mia attività in casa dei miei genitori. Questo proposito di sodalizio con Stefano non si concretizzò e la mia storia di tatuatore doveva avere un’altra strada e attendere ancora.

Intanto in città si sentiva parlare di un’altro tatuatore in Via delle Tovaglie, passai varie volte senza trovare riferimenti nei campanelli delle abitazioni, era chiaro che bisognava conoscere e tutto funzionava col passaparola. Non ebbi mai occasione di vedere quella sede.

Dall’84 all’88, invece, varie furono le occasioni che mi portarono in Via Solferino, e questo sarà il prossimo argomento..


Marco Pisa

Tatuatore professionista, con il primo studio di tatuaggi aperto su strada in Italia.

Marco aveva una personalità non facilmente accessibile, aveva già lavorato ad Amsterdam, in uno studio sicuramente all’avanguardia in quell’epoca.. vorrei precisare che ad Amsterdam vi erano altri studi di tatuaggi più vecchi e tradizionali ma Hanky Panky si distingueva per la sua creatività ed intuito e non penso di sbagliare se lo annovero tra i protagonisti europei di quella evoluzione rivoluzione che il mondo del tatuaggio ha sostenuto negli anni ottanta.

Io non conosco per nulla la storia di Marco ed i suoi precedenti, mi voglio limitare a dire cosa rappresentava per me o per tante altre persone che si avvicinavano in quegli anni al tatuaggio.. qui sarei felicissimo di riuscire ad ottenere un suo contributo diretto, darebbe un grande senso a questa storia.

Il mio compito deve continuare nella cronistoria di base, fredda o al limite con i miei personalissimi punti di vista..

Come ho già detto, all’inizio degli anni ottanta, non esisteva una figura professionale in Italia di riferimento.. il tatuaggio era sicuramente legato al mondo biker, e laddove vi era radicata una cultura biker il tatuaggio faceva rapidamente breccia; anche per questo si ha un ritardo in Italia dove l’Harley Davidson e le bande di motociclisti erano fenomeni ancora sporadici.. Consideriamo anche che le prime riviste biker che ospitavano una esile sezione di tatuaggi erano della fine degli anni ottanta ed esclusivamente americane..

Ma torniamo a noi, mi sento sempre in dovere di fare un quadro della situazione perché le cose erano davvero diverse.. dunque non ricordo perfettamente come andarono le mie visite nello studio di Marco, dirò solo che non mi riconobbe mai, ero sempre un cliente che lui non poteva riconoscere una volta dall’altra, il mio look era totalmente anonimo, non aveva alcun senso presentarsi perché della mia identità non poteva importargli nulla. Ci fu la volta che gli chiesi di poter vedere i suoi colori e si infuriò e mi mandò fuori, ci fu la volta che mi fermai a consultare qualche catalogo ma mi resi subito conto che la mia presenza lo turbava e lo faceva arrabbiare e allora toglievo il disturbo preventivamente, c’erano le volte invece dove i protagonisti erano altri e allora potevo assistere a certe scaramucce dove Marco faceva valere il suo temperamento focoso.. Ogni volta si usciva da lì con qualcosa da raccontare, sono centinaia gli aneddoti prodotti e tramandati, io mi divertivo tantissimo, l’imprevedibilità di Marco era sconcertante eppure, avendo capito la sua filosofia, diventava tutto chiarissimo. Grazie a quegli aneddoti si stava costruendo la prima cultura del tatuaggio a Bologna e Marco aveva una responsabilità grandissima. Per questo io gli sono profondamente grato e forse non potrò mai esprimere abbastanza la mia gratitudine.

In quel luogo vigeva una legge ‘altra’ dove alcune ‘mancanze’ venivano esplosivamente sanzionate.. Marco aveva iniziato a considerarsi un grande professionista, serissimo, al quale ci si doveva rivolgere con il massimo rispetto, era come se paragonasse la sua professionalità a quella di un notaio o di un medico affermato e con estrema convinzione pretendeva maniere educate e composte.. il pubblico non era pronto, vedeva il tatuaggio come l’espressione di un gesto sconsiderato, legato a categorie turbolente e socialmente pregiudicate; tatuarsi voleva dire mettersi dalla parte dei balenghi o dei balordi e tutto ciò cozzava con il rigore imposto da Marco.

Ricordo che in seguito avemmo modo di parlare di questi suoi modi focosi e lui mi assicurò che tutte le scaramucce avevano sempre un preciso motivo e la sua irritazione era sempre il risultato di una intemperanza di un qualche cliente maldestro.

Il suo studio era perfetto, ben sagomata e dipinta ogni rifinitura d’arredo, alle pareti quadri e feticci d'ogni genere, legno caldo, ordine e pulizia. Anche certi moniti scritti ed incorniciati entravano nella aneddotica, davano immediatamente l’idea dello spirito sarcastico, rude e rigoroso. Ricordo un simpatico manifesto biker sull’evoluzione dell’umanità maschile e femminile, ricordo gli imperativi affissi nella zona di lavoro a cui si era sottoposti una volta seduti sulla sedia e ancora certi manifesti presi dalla cultura biker e reinterpretati per il tatuaggio: “support your local tattoo artist”.. Quello che vorrei rendere, come atmosfera, è la completa autorità di Marco in quel luogo: si entrava in questo ‘museo’ a tutti gli effetti e si era tenuti sotto un totale controllo per tutto il tempo. Marco, dal suo soppalco dove lavorava, non perdeva mai di vista chi entrava e come si comportava.. quanto energicamente sfogliasse i cataloghi e con che tipo di interesse o se, in qualche modo, potesse mettere a rischio l’esile quanto perfetto arredo.. ricordo le veneziane interne della vetrina, le poltroncine.. Qui vorrei riportare un divertentissimo aneddoto: mentre parlavo con lui entra un ragazzo che, sfacciatamente, senza salutare o preoccuparsi di interromperci, dice di cercare un cinghiale alludendo evidentemente ai disegni da catalogo e Marco, imperativo, reagisce con un “NON CE L’HO, VAI FUORI!”.

Una stoccata paragonabile ad una schiacciata vincente nel tennis, al maldestro quanto ingenuo cliente non poteva essere risparmiato nulla.

Questo scambio ‘umano’, che potrei misurare di sette secondi, fu per me una rivelazione antropologica perfetta su come il tatuaggio a Bologna, negli anni 80, venisse martellato nella testa delle persone.. Marco dava con il suo istinto delle illuminazioni fortissime.. cominciai a ridere, naturalmente senza farmi vedere, continuavo a parlare ma dentro me balenava continuamente quella scena e non riuscivo più a contenere il riso..

Avevo comunque un grande rispetto per la tanta energia che Marco metteva anche in questi comportamenti perché capivo che lui, da solo, doveva civilizzare al tatuaggio una intera popolazione con quella scelta di fare un negozio aperto al pubblico e dal primo impatto si doveva riconoscere che quello era un territorio culturale in fortissima evoluzione e se ne percepiva la radioattività.. Capisco l’importanza della porta dello studio, del marciapiede antistante, dove qualche malcapitato aveva osato parcheggiare moto, motorino o anche solo la bicicletta.

Mi piacerebbe tantissimo avere degli aneddoti, so che i tanti 40-50enni che hanno vissuto quel periodo, ricordano malvolentieri certe violenze, ma questo è il luogo dove dare un senso a quegli eventi e capire che Marco era in prima linea, anzi era il primo guerriero a lottare e costruire quella difficile cultura e il suo intento era superiore.

Non avevo nessun riferimento sul suo virtuosismo o sulla sua tecnica e lungi comunque da me era il dare un qualsiasi giudizio sulle sue capacità.. non sapevo nemmeno cosa fosse possibile fare graficamente sulla pelle con l’adeguata attrezzatura.. qualcuno diceva fosse possibile addirittura fare ritratti fotografici ma nessuno li aveva ancora visti..

In seguito, e ne parlerò più avanti, capii il suo modo straordinario e personalissimo di interpretare il ‘giapponese’ e il suo amore per quella cultura nord europea tradizionale che ben poco ha a che fare con ciò che oggi viene definito ‘traditional’.

Quello che era importante a questo punto per me era come mettersi sul mercato e con quali strumenti.. come rapportarsi, come redarre i cataloghi e con quali icone..

Gli oggetti che maggiormente destavano la mia curiosità nello studio di Marco erano i cataloghi e quel cubo di acciaio inox con un manometro e una chiusura vistosa che doveva già essere una autoclave o comunque una evoluta stufetta di sterilizzazione nella zona di lavoro che io potevo solo intravedere.. non mi sarei mai azzardato a salire le scale del suo soppalco e sapevo perfettamente che certe informazione strettamente tecniche e professionali non avrei mai potuto averle da lui che senza conoscermi sapeva tenermi a distanza di sicurezza.

Non ho mai potuto avvalermi dei suoi diretti insegnamenti ed in quel tempo non potei mai vederlo effettivamente lavorare.. di lui si parlava tantissimo e come ho già detto a lui si deve una grande responsabilità della nascente cultura del tatuaggio a Bologna.


Tendenze anni Ottanta

shapeimage 1 7 med hrNegli anni ’80 arrivavano solo i riflessi dei reali usi e costumi relativi al tatuaggio.. Accadeva quasi tutto a Londra o al massimo Amsterdam, Berlino. Quando in Italia nascevano i primi movimenti punk a Londra era già tutto esaurito e stava già diventando folclore. Skin head (nazi o red), punk, mods, new wave, metallari o rockabilly, e sto solo citando quei movimenti più rappresentativi, nascevano in quell’area del nord Europa e si mescolavano insieme..

Ricordo i Clash in piazza maggiore, i Sex Pistols, gli Stray Cats e l’impatto estetico dei loro tatuaggi e dei loro look.. La rabbia del rock non bastava più.

A Bologna arrivava una ventata antagonista carica di motivazioni il più delle volte storpiate o riadattate alle esigenze locali.

Ricordo i Raf Punk con Jumpy Velena , già famoso all’epoca per la sua estrema esuberanza intellettuale, i Nabat con il tatuatissimo Riccardo, autore tra l’altro di un bellissimo libro tra i suoi tanti: “la storia del punk a Bologna”, splendida testimonianza del fermento culturale di quegli anni, Riccardo e il Rude dei Ghetto 84, tra gli skin ricordo Maurizio di Genova, potrei citarne tantissimi. Sicuramente sto dimenticando personaggi importanti ma io devo parlare della mia formazione e di quello che conoscevo o vedevo in quel tempo.. ero un grande fan dei Gaz Nevada e mi divertivo con gli Skiantos.

A questo proposito ricordo di un disco dei Nabat? al Disco d’Oro che veniva venduto con vari flyers all’interno e il biglietto da visita di Marco Pisa! era l’85..

A Milano, un mio coetaneo Punk, si dedicava al tatuaggio col nome di Margherito e si distinse in seguito come Claudio Pittan.

Ero una particella libera, partecipavo alla vita bolognese.. non prendevo posizioni politiche e non militavo tra gli skin o tra i punk. Ero molto ricettivo perchè, come ho già detto, frequentavo architettura a Firenze e contemporaneamente l’accademia di belle arti a Bologna.

Bologna era il risultato di una città viva e libera che per prima reagiva alle lotte di classe. I movimenti operai e quelli studenteschi avevano lasciato il segno. Ciascuno sentiva la sua forza personale sulla politica della città ed era frequente l’occupazione di case, centri sociali o addirittura interi condomini. Successivamente ci fu l’occupazione dell’isola nel Kantiere, passaggio fondamentale per la cultura bolognese, dove conobbi Genziana; del Livello 57, spazio nel quale era sempre inserito uno studiolo di tatuaggi per quanto dubbie fossero le condizioni igieniche e le famose case di Via del Pratello, dove conobbi Marco Mignosa: di tutto ciò parlerò meglio in seguito.

Uscivo sempre e potrei citare tantissimi posti che hanno delineato la storia di questa città.. ricordo Willie alla Morara, il Casalone, il Cà de Mandorli, il fantastico Cubò, la Vereda, il Mabuse e il Praga Caffè. Ricordo l’Osteria dell’Orsa e il Disco d’Oro, avamposti di quella rivoluzione ideologica ed estetica, ma più che capitarci qualche volta non facevo. Il mio look era più simile a quello degli intellettuali francesi dedicati al fumetto: sobrio, colori cupi, preferibilmente grigio e nero e giacche americane anni trenta. A proposito del fumetto, in quegli anni c’era un interesse fortissimo; è per questo che il tatuaggio in quegli anni attingeva a piene mani da quella grafica e ricordiamo anche che quelli erano i primi anni in cui si traducevano ed importavano i fumetti della Marvel con i relativi supereroi. Io ero molto influenzato da quello stile e i miei punti di riferimento erano gli Humanoid Associates con Moebius e Bilal, la nuova Eloisa (scuola del fumetto a Bologna) dove vedevo Igort, Carpinteri, Baldazzini, Giacon, Jori, e le riviste Linus, Frigidaire, Alter Alter con il favoloso inserto tutto bolognese Valvoline, di cui ricordo le feste. Non vorrei dilungarmi troppo laddove non vi sia nulla di utile per la nostra storia.. prego sempre nell’intervento di contributi costruttivi dei protagonisti ma ormai ho perso ogni speranza.

Alla fine dell’88 nacque il Body Decorator, al quale vorrei dedicare il prossimo capitolo e le prime riviste di tatuaggi, le primissime pubblicazioni di una cultura che timidamente si affacciava al dibattito linguistico senza nessuna pretesa.

Ricordo il primo giornale apparso gratuitamente in qualche locale bolognese con una rubrica dedicata ai primi tatuatori ufficiali: In Town, del quale uscirono pochissimi numeri e su ciascun numero le sporadiche informazioni sulle città italiane più vive del tempo. Non ho più ovviamente quei feticci ma ricordo che a Milano (dove penso fosse quella fantomatica redazione riconducibile in qualche modo a Miky Vialetto), si citava Gianmaurizio Fercioni e Mino Spadaccini e a Bologna Marco Pisa e Marco Leoni il cui nome avevo già sentito ma ovviamente non avevo mai avuto modo di incontrare.

La rivista ‘In Town’ definiva i tatuatori in un modo singolare, li chiamava ‘killer’, probabilmente facendo riferimento all’attrezzo per tatuare, la cui forma e pericolosità faceva pensare ad un arma. L’uscita del numero di Bologna mi diede un forte stimolo. Ricordo di essere rimasto così male di non essere stato menzionato - anche di fronte all’ovvietà della mia assenza: non ero ancora un tatuatore ufficiale, tatuavo in casa un esiguo numero di clienti - che sentii forte l’assoluta esigenza di uscire allo scoperto e prendere in mano le responsabilità di quella professione!

Questa raccolta di ricordi costituisce una base per un libro che vorrei pubblicare. In questa fase cerco protagonisti del tempo che possano aiutarmi e per questo uso questo spazio pubblico del sito. In seguito le idee saranno riordinate ed elaborate meglio, sicuramente arricchite di immagini e foto che piano piano riaffiorano dai miei album. Mi riservo di non rendere tutto pubblico in questa fase per motivi editoriali.


La convention milanese del 1988

Anche questa convention segnò un momento importante per la mia evoluzione, erano passati tre anni dalla convention romana dove incidentalmente mi ero imbattuto nel ‘tatuaggio’. Adesso ero molto più consapevole, avevo dei riferimenti precisi e degli obiettivi...

Non ricordo dove riuscii a captare la notizia dell’evento, era un periodo particolarmente inquieto per me che non riuscivo ad avere un’attrezzatura da professionista e avevo sempre le antenne puntate sull’argomento. Comunque era la primavera del 1988, per la precisione il 31 marzo.

Andai a Milano con la mia ragazza del momento, Silvia, anche lei appassionata di tatuaggi e compagna di accademia; avevo un indirizzo preciso, quello di un cinema e ci facemmo accompagnare da un taxi senza prenderci troppe brighe per non perdere tempo..

Ricordo perfettamente l’ingresso, bisognava attraversare tutte le poltroncine del cinema dove stava il pubblico, per raggiungere il palco con gli stand dei tatuatori. Immaginate esattamente le due scalette a destra e sinistra per salire sul palco e questo vi dà l’idea di che poco pubblico poteva fruire di quel palchetto che ospitava una dozzina di stand.. tipico palchetto di un cinema di media grandezza. Nella fila centrale di passaggio tra le poltroncine era sistemato un baldacchino piattaforma di circa quattro metri per quattro.. unico vero artificio costruito ad hoc, sul quale era ordinatamente sistemata la famiglia di Horiyoshi 3°, il quale lo ricordo tatuare con macchinette che funzionavano elettricamente ma attaccate a delle batterie, che in seguito io associai a batterie da scooter o da moto o forse, più semplicemente, un gruppetto di pile collegate insieme. Questo era un particolare importante per me che ancora fantasticavo con le mie conoscenze rudimentali sul campanello elettrico, sulla corrente alternata o continua di una batteria.

Se non ricordo male, quel giorno, dal giapponese, si faceva tatuare proprio Gianmaurizio Fercioni, l’organizzatore dell’evento.

A quel tempo i tatuatori milanesi di cui ero riuscito ad avere notizie erano due, Mino Spadaccini e proprio Gianmaurizio Fercioni e ricordo che in quel lungo pomeriggio di convention nella penombra delle seggioline del cinema riuscii ad avvicinarmi a Gianmaurizio per parlare proprio di come fare ad acquistare l’attrezzatura da tatuaggio. Lui fu assolutamente perentorio e questo era esemplificativo del clima di quel periodo, le macchinette non dovevano essere date in mani inesperte perché avrebbero rovinato quella crescita lenta e difficile, quel consenso guadagnato a piccolissimi passi della cultura del tatuaggio. La mia impressione era invece che dietro una motivazione morale e saggia si nascondesse un meschino atteggiamento per togliere di mezzo qualsiasi ipotesi di concorrenza. Fercioni mi disse di portargli i miei disegni migliori per dimostrargli le mie capacità e solo allora si sarebbe potuto affrontare il discorso di un eventuale acquisto dell’attrezzatura. Tutto ciò potrebbe apparire sensato e legittimo visto che lui in quel momento era uno dei pochi che avesse disponibilità di attrezzature da vendere e in fin dei conti non chiudeva completamente la porta a nuovi tatuatori, ciononostante io non avrei mai messo il mio destino nel giudizio di Fercioni perché mi sembrava che abusasse del suo potere senza avermi convinto delle sue effettive capacità.

(continua)

Credo che proprio in quel tempo Horiyoshi iniziasse a tracciare i contorni con le macchinette elettriche, io poi ancora ero troppo ignorante per poter capire le sue tecniche amanuensi. Ricordo ancora i libretti che giravano tra i curiosi a bordo del ring, con le tipiche icone giapponesi, le carpe, i draghi, solo la traccia essenziale, azzurra, le squame e qualche onda al massimo.

(continua)


Il “Body Decorators"

13645 233795581094 10939509 med hrDopo l’estate dell’88 avrei senz’altro tentato di concretizzare i miei sogni a proposito di uno studio di tatuaggi. Sicuramente non avevo ancora la forza per un vero e proprio studio e, nonostante avessi già visto quello di Marco Pisa, le mie idee erano piuttosto confuse e lontane dalla realtà. Cercavo una specie di cantina o garage e non sapevo da che parte cominciare per fare una attività ortodossa, tanto più di tatuaggi.

Memore della condivisa passione con Stefano Roda, ricordo di aver sognato più di una volta di iniziare con lui proponendogli un sodalizio. Ancora però nulla di concreto.

Mentre mi arrovellavo con questo pensiero tra un esame e l’altro, tra Architettura e Accademia, tra Firenze e Bologna, tra un tatuaggio e un altro (ancora rigorosamente fatti a mano), venni a sapere del nuovo negozio di tatuaggi che stava aprendo, anzi che aveva già aperto a Bologna. Quando ebbi finalmente l’indirizzo trovai uno studio già perfettamente avviato e, con grande meraviglia, scoprii che Stefano Roda insieme a Gianluca Bernacchia era uno dei gestori.

Il Tattoo Studio si chiamava “Body Decorators”.

Gianluca aveva già una sua storia ed esperienza a me completamente oscura. Lo collegai al tatuatore di Via delle Tovaglie mai potuto incontrare. Di lui non mi ricordavo anche se probabilmente l’avevo già visto nel negozio di restauro mobili dove avevo incontrato Marco Pisa. Ero completamente rapito dalla presenza di Stefano, che aveva saputo legarsi ed organizzarsi insieme a Gianluca, a totale mia insaputa. Mi sembrò un tradimento anche se, in effetti, non c’era ragione di questo pensiero.

Il bancone divideva trasversalmente il negozio in due parti: alla destra operava Gianluca e a sinistra Stefano. Il ritmo era serrato e c’era sempre gente nello studio. Quando andavo era difficile anche solo scambiare un saluto perchè ciascuno doveva aspettare giustamente il suo turno e la curiosità verso il tatuaggio era alle stelle. Non avevo nessun privilegio perché capii subito che l’”amicizia” con Stefano non poteva più funzionare: era squilibrata. Lui aveva raggiunto la possibilità di acquisire l’attrezzatura che voleva e di porsi sul mercato come tatuatore professionista con una straordinaria fama di disegnatore; io non avevo nessuna possibilità nemmeno di comperare una macchinetta o un colore. Approciarmi a lui appariva come atto di puro opportunismo e quelli erano anni in cui chi si conquistava un privilegio poi lo difendeva a denti stretti. Adesso appare difficile anche solo da capire ma all’epoca non esisteva internet e i venditori di attrezzatura erano lontani dai nostri confini e non certo rintracciabili sugli elenchi del telefono.

Vigeva un’etica di assoluto riserbo tra i tatuatori, ad esempio di non cedere nessuna informazione sul commercio dell’attrezzatura ed in seguito seppi che già in quegli anni esisteva tra Milano e Torino qualche tentativo di produrre o comunque di importare l’attrezzatura per tatuaggi.

Oggi per me è chiaro che Ciccio Panzacchi, già all’inizio degli anni ’80, possedesse l’attrezzatura pur stando a Bologna assai di rado, che Marco Pisa e Marco Leoni (di cui parlerò ampiamente in seguito) avevano già visitato quei paesi dove la tradizione del tatuaggio e le conventions erano nella norma, che Gianluca Bernacchia, collaboratore di Marco Pisa, avesse potuto conoscere anche Ciccio Panzacchi e Marco Leoni ed in quel solco avesse visto e conquistato tutte le conoscenze dovute.

Gianluca dimostrava da subito una grande intelligenza commerciale ed organizzativa; Stefano sicuramente subiva la burocrazia del condurre e gestire una attività. Penso che la filosofia dello studio derivasse dall’esperienza e dalla personalità di Gianluca ma questa era una mia personalissima impressione.

La differenza tra lo studio di Marco Pisa e il Body Decorators era enorme. Nello studio di Marco ci si sentiva in un territorio off limits, dentro al tempio religioso e rituale del tatuaggio, anche se difeso con un linguaggio biker. Al Body Decorators si entrava e si usciva senza essere notati, c’era una grande permeabilità e passaggio, a tratti folla e rumore; fotocopiatrice pronta a ridimensionare i disegni per adattarsi non solo al corpo ma anche al portafoglio di ciascuno.

Marco non tatuava tutti; bisognava entrare nelle sue grazie e forse era meglio essere presentati o avere a che fare con la cultura biker; al Body Decorators tutti potevano tatuarsi e finalmente (nonostante la deprecabile commercialità) questo era da considerarsi un grande servizio per Bologna e non solo.

Lungi da me giudicare cosa fosse meglio per la cultura del tatuaggio o per Bologna e soprattutto sono certo che ci siano, anche su questa disamina, pareri discordanti. Mi appello sempre al buon cuore dei lettori e ad eventuali contributi per una più ampia veduta.

Era una grande fatica per i ragazzi del Body Decorators dare risposte a tutti i clienti e non c’era certo da stupirsi se quelli come me, aspiranti tatuatori, erano visti con sospetto ed ostilità.

Ribadisco sempre che quelli erano tempi strani; i primi due studi di Bologna riproponevano modelli già ampiamente collaudati in Europa e comunque così diversi.

Ricordo, nelle mie numerose visite, qualche episodio.

Ricordo una volta di aver osservato attentamente la macchinetta ed aver capito la similitudine con i campanelli elettrici ad elettrocalamite.

Fu proprio a seguito di una di queste visite che misi insieme la mia prima macchinetta autocostruita. Era ancora il 1988.

Ricordo di aver guardato Gianluca lavorare mentre faceva un teschio, sfumature rudi ma bellissime con colpi decisi e non avevo idea della tecnica perchè quella era la prima volta che vedevo realizzare delle sfumature; quello che però mi impressionò più di tutto fu quando, ad un certo punto, Gianluca chiese al suo cliente se nel teschio volesse gli occhi oppure no e questi annuì: allora, direttamente con la macchinetta, disegnò le circonferenze delle orbite con le pupille, annerì il resto delle cavità oculari, sfumò i bulbi per dare la sfericità ed ottenne uno sguardo diabolico con pochi segni, cosa che io avrei progettato mille volte sfiancando di insicurezze il mio povero cliente e rimandandolo a più sedute.

Capii la professionalità, la cultura che stava dietro ad ogni simbolo e soprattutto quanta strada avevo ancora da fare. Feci i complimenti a Gianluca ma non credo li credette sinceri; mi guardò ancora con sospetto, del resto dovevo apparire oltremodo saccente e presuntuoso.

Ricordo anche di aver ricevuto da Gianluca, alla mia ennesima richiesta di aiuto per trovare l’attrezzatura (le richieste a Stefano erano imbarazzanti), un modulo d’ordine per fare l’ acquisto da un fantomatico rivenditore inglese con tanto di indirizzo e numero di telefono; mi sembrò un tale slancio di generosità da non poterci credere. Infatti a casa tentai più volte di chiamare ed inviai l’ordine ma tutto risultò inesistente e lo considerai un legittimo depistaggio per farmi perdere ulteriore tempo.

Ricordo esattamente come erano disposte le cose in quello studio, la capacità di Gianluca di arredare e sistemare ordinatamente qualsiasi equipaggiamento. Ricordo ogni particolare: il telefono cordless fissato al muro vicino al tubo portabicchieri, il portarotolo scottex e la lavatrice ad ultrasuoni, come in un ambulatorio gestito da uno sciamano...

Stefano univa il suo look di metallaro decadente alla passione motociclistica e Gianluca esibiva invece avambracci già molto tatuati e una gran capacità di gestire rapporti in tutto il mondo, aveva senz’altro già fatto viaggi importanti.

Non sapevo quale forma avesse questo mestiere, non avevo ancora viaggiato liberamente e non avevo visto altri negozi, che tipo di pubblico bisognasse fronteggiare ed in che modo: quello bolognese era incontenibile.

Nel Body Decorators andai sempre più di rado ma non posso dimenticare l’incontro con Marco Leoni, con Willie, con Franco Bellini (Frank) e Marco del quale non conosco il cognome ma aiutava i ragazzi ad accogliere i clienti e rispondere alle prime domande del pubblico.

Marco Leoni arrivò poco dopo dal Brasile e io lo trovai a lavorare nel Body Decorators, aveva uno sguardo magnetico ed era sempre sorridente. Era lontano dalle problematiche di mercato del nostro microcosmo bolognese, accessibile a tutti ed aperto a nuove conoscenze; la fronte tatuata.. Di lui vorrei parlare in seguito esaurientemente e dedicare un intero capitolo.

Per l’attrezzatura dovetti aspettare ancora un anno ma questa è già un’altra storia.


 

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